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L'impatto della guerra tra Russia e Ucraina sulla supply chain mondiale del settore alimentare

Words: Barbara Guignard Eleonore de Montjoye

Proprio quando pensavamo che il Covid fosse la crisi più grande dell'ultimo decennio, ci siamo ritrovati immersi fino alla gola in un altro dramma: il conflitto in Ucraina. La pandemia ha già scosso le supply chain di tutto il mondo, portando sotto i riflettori i possibili approcci per gestire le interruzioni degli approvvigionamenti. Questa nuova crisi aggrava ulteriormente la situazione, facendo salire l'inflazione in tutti i mercati. 

Perché i prezzi salgono?  

Uno dei motivi principali alla base del recente aumento dei prezzi dei beni alimentari è il rincaro di alcune materie prime cruciali. L'Ucraina e la Russia sono infatti importanti esportatori a livello globale di queste materie. Per fare un esempio, il 25-30% dell'approvvigionamento mondiale di grano proviene da questi paesi. Dal 24 febbraio 2022, il giorno dell'invasione, il prezzo del grano ha registrato un'impennata del 24% nell'UE. Inoltre, la Russia è tra i primi produttori di soia e mais, ma anche e soprattutto di greggio e gas naturale, tutti beni che hanno conosciuto un forte rialzo dei prezzi. 

La logistica, fondamentale nella supply chain alimentare, è un'altra area che ha subito gravi turbative a livello mondiale. I costi di trasporto, già messi a dura prova dal Covid, aumentano per via del rincaro dei carburanti. Inoltre, in alcuni casi, le vie di transito risulteranno compromesse per tutte le modalità di trasporto. 

Per fare un altro esempio, il costo dei fertilizzanti, fondamentali per le colture destinate all'alimentazione dell'uomo e degli animali, era già in aumento per effetto della maggiore domanda durante la crisi sanitaria. Per questo motivo negli ultimi mesi molti paesi hanno deciso di acquistare più fertilizzanti per prepararsi al peggio. È interessante notare come ora, però, la sfida si sia spostata dal lato della domanda a quello dell'offerta: Russia e Ucraina sono entrambe grandi fornitrici di fertilizzanti, ma le restrizioni commerciali e la distruzione del suolo stanno compromettendo le esportazioni di questo bene cruciale. 

I professionisti e le aziende del mondo agricolo si trovano ora ad un bivio: razionare l'utilizzo dei fertilizzanti oppure trasferire il maggior costo ai clienti, determinando un aumento dei prezzi dei prodotti finali. 

Cosa possono fare i professionisti del procurement per contrastare le interruzioni delle supply chain?  

Come sempre, e non solo nel campo degli approvvigionamenti, sapere è potere. Una conoscenza approfondita della propria supply chain aiuta enormemente a comprendere e quindi negoziare i prezzi con i fornitori. Sapendo ad esempio che il 30% del prezzo pagato per un determinato prodotto alimentare è direttamente connesso a un indice (come il grano o il riso), è molto più facile ipotizzare l'incremento atteso del prezzo. Questa consapevolezza permette inoltre di aiutare i fornitori a ridurre i costi. Ad esempio, se si acquista petto di pollo e si sa che il 30% del prezzo è imputabile al mangime animale, si può lavorare con il fornitore per individuare alternative alle fonti di mangimi tradizionali. 

La minaccia percepita delle turbative sul lato dell'offerta fa sì che molte organizzazioni stiano già puntando a localizzare il più possibile le rispettive supply chain, proprio come durante il Covid. È il momento giusto per iniziare a esplorare alternative più locali o di riserva rispetto ai fornitori globali impiegati finora.   

Il risvolto positivo: lezioni utili a lungo termine per la gestione della supply chain 

In queste circostanze difficili possiamo comunque trovare un risvolto positivo: come è avvenuto con la risposta alla pandemia, stiamo dando prova di molta più creatività di quanto pensassimo di essere capaci, il che è destinato a produrre benefici duraturi. 

Innanzitutto, per contrastare le interruzioni delle supply chain ci stiamo orientando su fornitori più locali, con un conseguente maggior ricorso a piccole e medie imprese, più flessibili e agili rispetto a molte organizzazioni globali, limitate da costi fissi e processi ponderosi. È un approccio vincente anche dal punto di vista degli indicatori ESG che stimolano le economie locali e in molti casi gli obiettivi di diversità.  

Dato che le materie prime sono generalmente più scarse, siamo incoraggiati a utilizzarle con la massima efficienza. Oppure, si può cercare di ridurre la dipendenza da imballaggi in plastica derivata dal petrolio, incoraggiando a usarne di meno e meglio e sfruttandoli al massimo. Tutte queste idee aiutano a mitigare l'impatto dell'inflazione e generare al contempo un potenziale impatto duraturo sotto il profilo ESG, in quanto si utilizzano meno risorse e in modo più intelligente. 

Vi sono diversi elementi, oltre al prezzo delle materie prime in sé, su cui è possibile agire per generare benefici e bilanciare l'impatto delle crisi recenti. È possibile dialogare con i fornitori per esplorare nuove idee capaci di migliorare i processi o la qualità di ciò che si compra. Incontrateli, ragionateci insieme e chiedete loro cosa potrebbe migliorare le loro operazioni e di conseguenza i vostri prezzi. Di recente abbiamo aiutato un cliente a realizzare un taglio percentuale a doppia cifra dei costi, semplicemente lavorando con il fornitore per trovare un modo per armonizzare le specifiche di un singolo ingrediente acquistato a livello delle sue business unit.  

Esploriamo, mettiamo in pratica e manteniamo soluzioni creative con i clienti, giorno dopo giorno, per rispondere a varie sfide, tra cui le interruzioni delle supply chain globali. Oggi, più che mai, è fondamentale attingere alla creatività e alle nostre migliori idee per rispondere a ciò che ci accade intorno. 
 

Per discutere di questo articolo o di eventuali difficoltà a livello della supply chain nel settore alimentare, contattate Barbara Guignard o Eleonore de Montjoye.