- Title
-
L’AI nel private equity: il procurement come leva di controllo
- Section
- Analisi
- Summary
Scritto da Andrea Zanaboni
Con il rapido proliferare di strumenti e fornitori di intelligenza artificiale, per i fondi di Private Equity il rischio non è solo “rimanere indietro”, ma perdere il controllo su dove, come e con quali implicazioni l’AI entra nelle portfolio company.
Il dibattito sull’AI tende a concentrarsi sul costo del mancato intervento. Tuttavia, anche la sperimentazione non governata ha un prezzo: iniziative isolate, progetti pilota che non evolvono, strumenti che generano rumore più che valore.
La vera sfida, quindi, non è se adottare l’AI, ma dove iniziare e come farlo in modo disciplinato, trasformando la sperimentazione in una leva concreta di creazione di valore.
Dove e come introdurre l’AI nelle portfolio company
-
Il primo è individuare un’area in cui i test possano avvenire sotto pressione commerciale reale, con risultati misurabili, ownership chiara e rischi contenuti e reversibili.
Il procurement è una delle poche funzioni che risponde pienamente a questi criteri. Incide direttamente sui principali driver di valore – costi, cash flow e resilienza della supply chain – senza che l’AI debba necessariamente “eseguire” decisioni operative. Nella maggior parte dei casi, l’AI supporta decisioni, rendendo output e impatti più visibili, controllabili e quindi meno rischiosi.
-
Il secondo requisito è la presenza di un framework che prevenga dispersione e perdita di valore. Se è vero che il rischio maggiore è restare indietro, è altrettanto vero che introdurre l’AI senza una struttura chiara espone a inefficienze e incoerenze. La sperimentazione deve quindi essere guidata da criteri espliciti di misurazione e governance.
Sperimentare con disciplina: un framework pragmatico
Le iniziative di AI nel procurement che hanno maggiore successo condividono alcune caratteristiche ricorrenti:
- partono da problemi concreti o opportunità misurabili, non dalla tecnologia
- distinguono chiaramente tra vantaggi tattici e capability strategiche
- operano in perimetri ristretti e temporalmente definiti, con un ambito esplicito
- stabiliscono a priori criteri chiari di successo e fallimento, basati su metriche come velocità, accuratezza o qualità delle decisioni
- affiancano l’introduzione degli strumenti allo sviluppo delle competenze, formando i team a interpretare e utilizzare gli output nei processi di sourcing e category strategy
Ogni sperimentazione deve essere progettata per arrivare a una conclusione chiara: interrompere o scalare.
Gli errori più comuni da evitare
Quando l’AI viene introdotta nel procurement, i fallimenti raramente sono di natura tecnica. Le cause più frequenti sono organizzative e di governance:
- pilot purgatory: iniziative che non vengono né chiuse né scalate
- eccessiva dipendenza dai fornitori, senza reale trasferimento di competenze interne
- approccio tech-first, in cui lo strumento precede il bisogno
- ambiguità di governance, con ownership poco chiara
La differenza la fa il posizionamento dell’AI non come progetto IT, ma come capability strategica, con sponsorship chiara, responsabilità trasversali e una visione di scalabilità sin dall’inizio.
Dal primo use case a una capability di portafoglio
Nel Private Equity, la visione è importante, ma l’implementazione efficace dell’AI parte da controllo rigoroso, governance chiara e risultati misurabili.
Il procurement rappresenta il punto ideale per impostare questa disciplina in un contesto operativo reale, con impatti diretti e tangibili.
Per operating partner e leadership delle portfolio company, il passo successivo non è “andare all-in”, ma sperimentare in modo mirato, apprendere rapidamente e scalare in modo selettivo. È così che l’AI smette di essere un rischio da contenere e diventa una leva strutturale di creazione di valore a livello di portafoglio.