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Produzione onshore: molto più di una tendenza

L’aumento del costo del lavoro e la Brexit sono solo due delle ragioni che ci spingono a credere che il recente aumento dell’onshoring nel settore manifatturierio britannico sia qualcosa di più di una semplice tendenza. La tua supply chain è pronta per i tempi che cambiano?

 

A partire dagli anni ‘70 si è registrata una tendenza inesorabile verso l’offshoring della produzione di componenti e beni verso Paesi a basso costo. Questo fenomeno ha contribuito a rendere la Cina la seconda economia del mondo e ha alimentato l’ascesa di economie molto diverse tra loro, come Singapore e il Messico. 

Ciò nonostante negli ultimi anni questa attività è andata scemando. Le aziende hanno introdotto misure di nearshoring o onshoring delle produzioni, riportandole in casa o in mercati limitrofi, ad esempio in Europa dell’est.

Evoluzione economica

Questo fenomeno è determinato da svariate ragioni, principalmente dall’evoluzione economica in atto. 

A partire dall’anno 2000 il costo del lavoro in Cina è aumentato circa del 10% ogni anno. Questo vuol dire che oggi il divario salariale rispetto al Regno Unito in alcuni casi è pari soltanto al 10-12%, una volta presi in considerazione la produttività e il rafforzamento dello Yuan.

Se si aggiungono all’equazione i costi di stoccaggio e spedizione, i vantaggi derivanti dalla localizzazione produttiva in Cina non sono più quelli di una volta, senza contare le problematiche pratiche in termini di lingua, barriere culturali e differenze di fuso orario. 

Inoltre, una supply chain molto estesa implica diversi rischi specifici. A causa del numero crescente di viaggi e scali, l’interruzione della supply chain diventa sempre più probabile. 

Nel 2011 le alluvioni in Thailandia e il disastro nucleare di Fukushima Daiichi in Giappone hanno fatto capire quanto le aziende siano vulnerabili in caso di eventi indipendenti dal loro controllo; di conseguenza molte di loro hanno rivalutato dove localizzare le proprie attività. 

Più recentemente le tensioni tra il presidente americano Donald Trump e il regime nord coreano hanno riportato a galla i timori di un conflitto militare, causando gravi rischi commerciali per le aziende sud coreane e le relative supply chain. 

Altri problemi quali le forme moderne di schiavitù, il lavoro minorile e la corruzione hanno dissuaso molte aziende dal cercare destinazioni a basso costo diverse dalla Cina. 

Effetto Brexit

Anche la Brexit sta producendo effetti sulle aziende britanniche a causa dell’incertezza a livello di dogane, dazi e controllo dei confini. 

Se il Regno Unito avesse optato per rimanere nell’Unione Europea, molto probabilmente tante aziende avrebbero cercato di rilocalizzare le proprie attività in Paesi più vicini. Mercati quali la Polonia, l’Ungheria e la Romania offrono ancora un divario salariale interessante, con rischi di trasporto inferiori. 

Ciò nonostante, vista la situazione, le aziende britanniche stanno prendendo in seria considerazione l’opzione della produzione onshore. Questa soluzione include le aziende che già hanno spostato la produzione dalla Cina verso Paesi europei a basso costo. 

Da un’indagine svolta dal Chartered Institute of Purchasing and Supply (CIPS) nel novembre del 2017 risulta che il 40% delle aziende britanniche stia cercando di sostituire i propri fornitori dell’Unione Europea. Nel frattempo, il recente boom manifatturiero britannico può essere in parte dovuto a un rinnovato desiderio di produrre nel Regno Unito, come dimostra l’indice HIS Markit dei responsabili del purchasing, che a dicembre ha toccato i livelli più alti degli ultimi quattro anni.

Da un’indagine svolta dal Chartered Institute of Purchasing and Supply (CIPS) nel novembre del 2017 risulta che il 40% delle aziende britanniche stia cercando di sostituire i propri fornitori dell’Unione Europea.

Tempi Difficili

Questo non vuol dire che riportare le produzioni nel Regno Unito sarà un processo semplice e lineare. 

Ad esempio, circa il 50-60% del materiale a valore aggiunto lordo del settore automobilistico proviene dall’Europa. Lo smantellamento dei contratti e delle attività sarà un processo complesso. Se non bastasse, molti settori si scontreranno con la capacità limitata del Regno Unito in termini di fornitori e volumi che questi ultimi sono in grado di gestire.

Poi c’è il capitolo del contesto commerciale post-Brexit. Uno dei nostri clienti importa etanolo dall’Unione Europea e successivamente esporta materiale di scarto per rivenderlo al produttore originale. Dopo la Brexit, tutte queste operazioni saranno soggette a dazi, controlli doganali e addirittura restrizioni commerciali. 

Test svolti sulle procedure di appalto, tuttavia, hanno dimostrato quanto il mercato britannico sia scarsamente preparato ad affrontare uno scenario di questo tipo. Di conseguenza abbiamo vagliato la possibilità che il nostro cliente investa in un fornitore britannico al fine di aumentarne la capacità e gestire il flusso di materiale di scarto. 

Casi come questo saranno sempre più comuni in futuro, man mano che i produttori scopriranno quanta pazienza richieda l’onshoring nel trovare fornitori ideali e disponibili a co-investire in nuova capacità.

Esiste anche il rischio che le aziende allentino le maglie del controllo su potenziali interruzioni della supply chain una volta che le operazioni di onshoring saranno concluse. Nonostante i fornitori affidabili e i lead time più brevi, la supply chain deve sempre essere tenuta sotto costante monitoraggio.

Pianificare il futuro

Il ritorno delle produzioni dai Paesi a basso costo e la reazione alla Brexit hanno determinato dei cambiamenti significativi per molti produttori britannici e i loro fornitori. È fondamentale che le aziende valutino la propria strategia generale e la reazione pratica ai cambiamenti dell’economia. 

Il ritorno delle produzioni dai Paesi a basso costo e la reazione alla Brexit hanno determinato dei cambiamenti significativi per molti produttori britannici e i loro fornitori.

Le domande che i responsabili delle supply chain e degli approvvigionamenti dovrebbero porsi sono: “So come cambieranno i costi della mia supply chain nei prossimi cinque anni? Sono in grado di utilizzare maggiormente i fornitori locali nel momento in cui ha più senso farlo?”

Solo allora questi responsabili potranno non solo sopravvivere, ma prosperare negli anni a venire. 

Per saperne di più sulla gestione della supply chain in un mondo che cambia, scrivi a Andrew Black di Efficio o clicca qui.

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